✎ LA BIOSTRUTTURAZIONE PRIMA DELLA PAUSA ESTIVA: contrapporsi all'invecchiamento solare. a cura di Marcus Mascetti (Beauty Expert)

▀ Settembre è un mese particolare. Si torna al lavoro, alle abitudini di sempre, alla luce dello specchio di casa. L’abbronzatura diminuisce e può succedere di osservare il volto con occhi diversi: una macchia sembra più evidente, la pelle appare meno uniforme, qualche linea sembra essersi accentuata, il viso viene percepito come più stanco o improvvisamente “più vecchio”. Ma siamo davvero cambiati così tanto in poche settimane? Non necessariamente. Dopo l’estate si sovrappongono almeno due fenomeni: quello che può essere realmente accaduto alla pelle e il modo in cui torniamo a percepirla. Ed è proprio dalla distinzione fra questi due livelli che dovrebbe iniziare una corretta valutazione medico-estetica.
1. L’estate lascia tracce sulla pelle?
L’esposizione ai raggi ultravioletti è uno dei principali fattori ambientali coinvolti nel fotoinvecchiamento. Nel tempo può contribuire a discromie, rughe, alterazioni della texture e modificazioni della qualità cutanea.
Durante i mesi estivi entrano inoltre in gioco caldo, vento, mare, cloro e variazioni della skincare.
Questo non significa che al ritorno dalle vacanze la pelle sia necessariamente “danneggiata” o abbia bisogno di un trattamento. Significa piuttosto che settembre può essere un momento utile per osservarla nuovamente in condizioni diverse da quelle estive.
Quando l’abbronzatura diminuisce cambia anche il contrasto cromatico del volto. Alcune irregolarità possono diventare più visibili; altre, che durante l’estate sembravano meno importanti, possono attirare improvvisamente la nostra attenzione.
2. L’abbronzatura può nascondere alcuni segni?
Dal punto di vista visivo può modificarne la percezione. Un colorito più uniforme e una diversa luminosità possono rendere meno evidente il contrasto di alcune piccole irregolarità. Quando il colore scompare, ciò che prima passava inosservato può tornare in primo piano.
È però importante evitare un equivoco: l’abbronzatura non “cura” macchie, rughe o imperfezioni. È una risposta biologica all’esposizione ai raggi ultravioletti. Per questo la domanda più utile al rientro non è: “Quale trattamento devo fare?” ma: “Che cosa è realmente cambiato?”
3.Tre cose che valuto dopo l’estate.
Nella valutazione medico-estetica post-estiva tendo a separare tre livelli. Il primo è la pigmentazione: nuove discromie, aree diventate più evidenti o colorito meno uniforme. Parlare genericamente di “macchie” è troppo semplice: lentigo solari, melasma, iperpigmentazioni post-infiammatorie e altre alterazioni pigmentarie non sono la stessa cosa.
Il secondo è la qualità cutanea: idratazione, texture, elasticità e uniformità della superficie. Anche qui non esiste un trattamento universale valido per tutti. Il terzo è forse il più interessante: distinguere ciò che è obiettivamente cambiato da ciò che il paziente ha iniziato a notare maggiormente.
In medicina estetica la percezione del paziente è importante, perché spesso è il motivo per cui entra nello studio. Ma proprio per questo merita di essere ascoltata e compresa, non automaticamente trasformata in una procedura.
4. La psicologia dello specchio.
Noi non osserviamo mai il nostro volto in maniera completamente neutrale. Il volto che vediamo allo specchio è intrecciato con identità, autostima, aspettative e confronto sociale.
La ricerca sulla body image mostra che la valutazione del proprio aspetto non dipende soltanto dalle caratteristiche fisiche osservabili, ma anche dal peso attribuito all’apparenza e dagli ideali estetici interiorizzati. Oggi a questo si aggiunge un fattore enorme: l’immagine digitale.
Vediamo noi stessi in selfie, filtri e immagini corrette dallo smartphone, e centinaia di volti costruiti attraverso luce, posa, make-up, editing e algoritmi. Poi torniamo davanti allo specchio.
È inevitabile che il confronto possa modificare il nostro metro di giudizio. Questo non significa che ogni richiesta estetica sia “psicologica” o che il desiderio di migliorarsi debba essere patologizzato. Sarebbe l’errore opposto. Significa però riconoscere che tra immagine fisica e immagine percepita esiste una relazione complessa.
Una medicina estetica matura dovrebbe quindi saper lavorare contemporaneamente su due domande: “Che cosa presenta realmente il volto?” e “Che cosa sta vivendo la persona rispetto a ciò che vede?” Sono domande diverse. Ma entrambe sono importanti.
5. Macchie dopo l’estate: prima capire, poi eventualmente trattare.
Una delle richieste più frequenti nel periodo post-estivo riguarda le pigmentazioni. Il rischio è trasformare immediatamente il problema in una soluzione: “Hai una macchia? Fai questo trattamento”. In realtà il percorso dovrebbe essere opposto. Prima bisogna capire la natura della pigmentazione, la sua storia, il fototipo e le caratteristiche della cute.
In alcuni casi può essere opportuno un inquadramento dermatologico, soprattutto davanti a lesioni nuove, insolite o che abbiano modificato forma, colore o dimensioni. Solo dopo una valutazione corretta si può discutere se esista un’indicazione a intervenire e quale strategia possa essere appropriata. La medicina estetica non dovrebbe inseguire semplicemente ciò che è visibile. Dovrebbe interpretarlo.
6. Settembre significa biorivitalizzazione?
No. È una delle associazioni più frequenti nella comunicazione commerciale: finisce l’estate e iniziano automaticamente biorivitalizzazioni, peeling, laser e “protocolli di recupero”. Ma il calendario non è una diagnosi. Una persona potrebbe aver bisogno soltanto di rivedere skincare e fotoprotezione. Un’altra potrebbe presentare una problematica pigmentaria.
Un’altra ancora potrebbe avere caratteristiche per cui può essere presa in considerazione una procedura medico-estetica. E un’altra potrebbe non avere alcuna indicazione a fare qualcosa. La biorivitalizzazione, come gli altri trattamenti, è uno strumento. E uno strumento ha senso soltanto quando viene utilizzato per un’indicazione appropriata. Prima viene l’indicazione, poi il trattamento. Mai il contrario.
7. Perché alcuni trattamenti vengono programmati più spesso in autunno?
Per alcune procedure l’esposizione solare prima o dopo il trattamento è una variabile importante. Quando diminuiscono le giornate trascorse intensamente al sole può quindi diventare più semplice pianificare alcune strategie rivolte, per esempio, alla pigmentazione o alla qualità cutanea, dopo avere valutato indicazioni, controindicazioni e caratteristiche individuali.
Questo non significa che: “In autunno bisogna fare il laser”. E neppure: “A settembre bisogna fare il peeling”. La stagione non decide che cosa fare. Può, in alcuni casi, contribuire a decidere quando farlo.
8. Bisogna sempre intervenire?
Forse questa è la parte della medicina estetica di cui si parla meno. Ci siamo abituati a una comunicazione nella quale ogni segno sembra avere una soluzione, ogni ruga un trattamento, ogni imperfezione una procedura. Ma non sempre fare di più significa fare meglio. A volte la decisione corretta può essere aspettare. A volte modificare alcune abitudini.
A volte proteggere meglio la pelle e rivalutarla dopo un certo periodo. In altri casi può essere indicato intervenire E qualche volta la risposta del medico dovrebbe essere: “Per ora non farei nulla”. Questa frase non rappresenta il fallimento della medicina estetica. Al contrario, esprime uno dei suoi principi più importanti: l’appropriatezza. Il compito del medico non dovrebbe essere trovare un trattamento per ogni persona che entra nello studio, ma stabilire se esista realmente qualcosa che abbia senso trattare.
9. Il confine tra desiderio e bisogno.
Esiste poi una domanda che appartiene tanto alla medicina quanto alla psicologia dell’estetica: Perché voglio modificare proprio quella caratteristica? Perché oggi mi disturba qualcosa che fino a qualche mese fa non notavo? Che cosa mi aspetto che cambi nella mia vita se cambia il mio volto? Non sono domande pensate per scoraggiare un trattamento. Servono a renderlo più consapevole. Un desiderio estetico può essere perfettamente legittimo.
Ma più la richiesta diventa urgente o caricata di aspettative che vanno molto oltre il risultato fisico possibile, più diventa importante comprenderne il significato prima di intervenire. Un filler può modificare un volume. Una procedura può intervenire su una determinata caratteristica cutanea. Nessun trattamento, però, può garantire autostima, sicurezza affettiva, successo sociale o una nuova identità. Il risultato più equilibrato nasce quando aspettativa psicologica e possibilità medica si incontrano in modo realistico.
Ed è forse proprio questo uno dei confini più delicati della medicina estetica contemporanea: comprendere quando una persona sta chiedendo di migliorare una caratteristica del proprio volto e quando, invece, sta inconsapevolmente chiedendo a quel cambiamento di risolvere qualcosa di molto più grande. Sono due richieste profondamente diverse
10. Settembre come momento di valutazione, non di corsa al trattamento.
Ecco allora un modo diverso di interpretare il rientro. Non come la stagione nella quale bisogna “riparare i danni dell’estate”. Non come un elenco di procedure da eseguire. Ma come un momento nel quale tornare a osservare il proprio volto con maggiore attenzione e, se esiste una reale esigenza, valutarla in maniera competente. Che cosa è cambiato nella pelle?
Che cosa è cambiato nel modo in cui la guardiamo? Esiste una reale indicazione a intervenire? E, se sì: qual è il momento e il trattamento più appropriato? Sono queste le domande da cui partire. Perché una buona medicina estetica non nasce dalla quantità di trattamenti che possiamo fare. Nasce dalla capacità di distinguere ciò che è possibile fare da ciò che è opportuno fare. E qualche volta, proprio da ciò che è meglio non fare.
